Cosa vorrei dalla legge 124/2015 familiarmente chiamata “legge Madia”

Tutti ne parlano. Pochi hanno approfondito. Molti si sono risentiti, altri hanno detto “te lo dicevo…”

Come per tutte le partite della Nazionale di Calcio, lo sport preferito è essere allenatori.

Non ho le competenze per giudicare il testo preliminare diffuso dal Governo sulla legge 124/2015 familiarmente chiamata “legge Madia”, pur masticando abbastanza l’argomento.

Fare le leggi, i commi, i regolamenti non è la stessa cosa che attuarli, “smanettare” con i dati, lavorare ogni giorno per realizzare un processo vero di liberazione dei dati (aperti) da parte delle PPAA e favorirne il riuso da parte della società.

Bisogna avere rispetto del lavoro e dell’immensa mobilitazione da parte dei veri “competenti” in materia che si stanno esprimendo in tutti i modi suggerendo le proprie ricette, suggerimenti ect

Parlo di Ernesto Belisario, Andrea Lisi, Nello Iacono, Flavia Marzano, Morena Ragone, Stefano Quintarelli ect persone (professionisti, parlamentari, tecnici) che sanno di cosa parlano essendo da anni alla base dei “timidi” processi per la promozione dei dati aperti nel nostro Paese, del Governo Aperto, del Foia , della diffusione di Internet ect. Proprio loro hanno scritto molto in questi giorni, segno che l’argomento è molto molto importante e sentito. Siamo ad un punto di svolta. Se si sbaglia ora si torna indietro di 15 anni oppure veramente si accelera per recuparare il GAP culturale e normativo che il nostro Paese ha rispetto al Mondo intero.

Vi dico quindi quello che secondo me aiuterebbe la PA, nel quotidiano, a capire come muoversi partendo dal CAD, ma in ottica pratica e di chi è in trincea.

L’art1 della legge Delega, è secondo me un manifesto bellissimo teorico. Va attuato al massimo con coraggio. Senza esitazione.

  1. Tutti i dati della pubblica amministrazione devono essere rilasciati in formato aperto almeno a 3 stelle della scala del riuso. Compresi quelli del Portale Trasparenza ex art. 33 , ai dati sui trasporti pubblici, qualità aria, pagamenti , cap ect.
  2. Tutti i software della PA devono essere adeguati ad una interoperabilità e interrogabilità per mezzo di API.
  3. Il cittadino deve essere messo nelle condizioni di avere doppia interfaccia: dati grezzi per fare quello che vuole se ne ha le competenze, ma anche infografiche, mappe, dataviz che aiutino a capire. E’ fondamentale una strategia per la promozione al riuso dei dati. Cosi se ne comprenderebbe l’importanza a monte.
  4. Il Foia deve essere declinato nell’ordinamento giuridico, complesso , come è quello italiano, ma in questa fase deve essere un compendio di principi generali chiari e inequivocabili per evitare contenziosi. La PA deve capire dove stiamo andando ed essere accompagnata in questo processo con formazione, affiancamento, contaminazione da parte dei portatori di interesse. Il famoso Team openData previsto dalle Linee Guida AGID, dovrebbe diventare Team openGov ed essere obbligatorio in ogni PA.
  5. ogni PA deve avere un ufficio openGov e openData con relativo opendata Manager. E’ una cosa trasversale. La riforma assegna funzioni di coordinamento per il passaggio dall’analogico al digitale in maniera esplicita al dirigente sistemi informativi. Ma cosi sarebbe una visione solo parziale. Un dirigente settore tecnico non può cogliere le necessità di partecipazione, coinvolgimento e formazione trasversale, umana prima che tecnologica, al pensiero digitale e agli opendata. Serve un pool di competenze e un ufficio ad hoc.
  6. Il protocollo, l’albo pretorio, il sistema tributario, il sistema dei pagamenti, il sistema di apertura nuove attività commerciali, il sistema di registrazione pratiche edilizie, deve essere obbligatoriamente coordinato e deve essere il primo sistema che rilascia automaticamente tutti i dati in formato aperto, sempre nel rispetto della Privacy . Il SUAP va reso non solo automatico per il Comune interessato, ma per tutte le PA che ne sono interessate: VVF, ASL ect tutta la pratica deve essere vista da tutti gli attori che danno il loro parere. oggi un Comune che ha un SUAP digitale e poi obbliga il commercialista di turno a stampare il documento e portarlo a mano alle ASL e VV.F per i relativi pareri, non ha portato alcun beneficio al processo.
  7. Per rafforzare il punto 6. le Regioni o l’AGID devono spingere sul Sistema Pubblico di Cooperazione Applicativa (SPCoop) rilasciando delle linee guida specifiche a cui tutti i Comuni e quindi relativi fornitori, devono adeguarsi.
  8. I dipendenti comunali vanno formati e motivati. Non solo nell’uso del programma di turno, ma perchè sono loro stessi cittadini. Devono chiedersi: ma se fossi fuori queste mura, cosa vorrei dal mio Comune? Se ho una tabella cartacea con i turni della mensa scolastica, sarebbe utile se la pubblicassi? Ed ancora: come può un Comune promuovere tutti i dati che pubblica?
  9. Sono un anziano. Tutto questo mondo mi esclude, e non include, nei servizi che la PA sta offrendo. I Comuni dovrebbe dotarsi di sportelli di aiuto alla transazione dall’analogico-cartaceo verso il digitale e web-based. Idem per le Imprese. Si potrebbero anche ipotizzare bandi che assegnino a cooperative questo compito. Addirittura a domicilio. Sarà un problema sociale, economico e quindi politico. Va pensato per tempo. Rischiamo l’aumento del disinteresse e della demagogia verso la Cosa Pubblica e non aiuterebbe la transizione.
  10. Ci sono articoli come il 52 del CAD che vanno rafforzati. Ci vuole il coraggio di imporre a tutte le PA una standardizzazione, con penalità su chi non si adegua. No sanzioni, ma proprio la non possibilità di accessi a bandi

Secondo me ci vorrebbe un openData Index di ogni PA in ottica di punteggio per accessibilità ai Finanziamenti. Se sei virtuoso, su quell’asse Y ti do un gettone in più ect. Cosi si tolgono gli alibi di chi dice che non ci sono risorse..

Sono miei appunti pratici. Magari non sono aulici e teorici, ma sono quelli più vicini al quotidiano di una pubblica amministrazione e del cittadino. Ecco, i decreti attuativi della legge dovrebbe essere fatti in modo tale da aiutare a superare questi ostacoli pratici, che spesso non si riescono a risolvere perché anche se c’è volontà politica, mancano gli strumenti normativi corretti o sono deboli.

 

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